Il diritto all’immagine. Sensazioni, emozioni e percezioni al workshop di Evgen Bavcar

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29·30|04|2014
UICI

workshop
PAV Parco Arte Vivente

Articolo "Il mio specchio, percezione non normativa"
Comparso su UICI011 (bollettino quadrimestrale della sezione torinese dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), n.2 del 2011.


 

Un’esperienza veramente particolare e di grande impatto – anche emotivo – quella che gli oltre 30 partecipanti al workshop condotto dal fotografo cieco Evgen Bavcar hanno potuto vivere, alla fine di aprile, al Parco Arte Vivente di Torino. Fra di essi anche un cieco assoluto ed una ipovedente.

Lo scorso 28 aprile (2011, ndr) il PAV (in collaborazione, fra gli altri, con l’Unione ciechi e ipovedenti di Torino) ha inaugurato “Il corpo che guarda”, una mostra fotografica di Evgen Bavcar, filosofo e di origine slovena, cieco fin dall’età di 12 anni a causa di un incidente di guerra, in occasione della quale si è svolto, nei successivi 29 e 30 aprile, un avvincente e partecipatissimo workshop sotto la guida dell’artista dal titolo “IL MIO SPECCHIO: PERCEZIONE NON NORMATIVA - Il ritratto e l’autoritratto in una relazione dinamica con l’Altro”. Anche la conferenza tenuta la sera prima dell’inaugurazione al Circolo dei lettori di Via Bogino portava un titolo stimolante: “Il corpo, la totalità aperta”.

Partiamo da questi titoli per raccontare sommariamente gli assunti teorici da cui muove la pratica artistica di Bavcar, che egli ha poi cercato di esemplificare nel workshop. Davvero noi vediamo con gli occhi? – si chiede Bavcar - o meglio: sono i nostri occhi che vedono, o non piuttosto il nostro intero corpo, come totalità senziente, che percepisce le cose del mondo, facendosene di volta in volta un’immagine? Il corpo non è una sommatoria di funzioni e percezioni nettamente distinte le une dalle altre, al quale, nello specifico, la vista consentirebbe di percepire la realtà restandone in certo modo separato, ma è un tutto organico costantemente esposto al contatto e aperto alla possibilità della relazione con l’altro, che “vede” in base al suo multiforme sentire, e insieme ai suoi bisogni e ai suoi desideri. Ognuno quindi può farsi, e in effetti si fa, un’immagine delle cose in certo grado indipendentemente da ciò che i suoi occhi vedono o non vedono. Il non poter guardare in senso proprio non preclude quello che Bavcar chiama il diritto all’immagine. Non solo, ma se l’immagine è sempre il frutto di una relazione fra corpi, in essa non vi è mai soltanto la cosiddetta “realtà oggettiva”, ma sempre anche il cosiddetto “soggetto”, che nel suo sentirla, la percepisce e in certo modo le dà forma.
Nell’immagine prende dunque forma la “cosa” percepita, secondo le peculiarità e le specificità del soggetto che la percepisce. In altre parole: la cosa si specchia in me non meno di quanto io mi rispecchi nella cosa. Ed ecco spiegato anche il titolo del workshop, il cui svolgimento ha mostrato come da alcuni indizi anche non visivi si possa giungere ad immaginare qualcosa - un ritratto, ad es. - che poi diventi oggetto di una possibile raffigurazione. A tal proposito i partecipanti sono stati messi dapprima in condizione di farsi un’idea di due modelli, uno maschile ed uno femminile, esclusivamente attraverso una loro descrizione verbale, e potendo toccare soltanto le loro mani e i loro visi. Successivamente, dotati di una piccola torcia e di una macchina fotografica sono stati fatti entrare uno alla volta in una stanza totalmente oscurata, dove avevano a disposizione i modelli che potevano disporre secondo la propria idea, e sempre in base a tale idea decidere da che parte far giungere sul modello prescelto la luce della torcia prima di scattare. Al di là dell’esito tecnico, le fotografie così prodotte risultavano essere l’immagine al contempo del’ “oggetto reale” (il modello ritratto) e dei “soggetti ritraenti”, che in esse davano espressione formale al proprio sentire e alla propria interiore raffigurazione.
Successivamente sono state proposte alcune riproduzioni di quadri famosi, e, dopo aver chiesto ai partecipanti di descrivere ciascuno ciò che vedeva (interessante è stato notare come ognuno mettesse in evidenza immagini e aspetti anche molto diversi di ciascun quadro), il compito assegnato, una volta spento il monitor, è stato quello di riprodurre mediante fotografia due determinati particolari di due dei dipinti proposti, utilizzando dei compagni di workshop come modelli per ricostruire, sulla base della sola memoria, l’immagine indicata. In questo caso è stato tra l’altro significativo a nostro avviso, che ad es. la figura ricomposta del particolare della danza delle tre grazie nella “Primavera” del Botticelli, fosse abbastanza corrispondente all’originale anche nella fotografia scattata dal partecipante cieco. Ciò dimostra che una dettagliata descrizione può suscitare una visione interiore non molto dissimile da quella provocata dal guardare con gli occhi, e del resto ciò avviene spesso nella buona letteratura.
In conclusione: tutti hanno potuto far esperienza di come l’immagine, anche quella fotografica, scaturisca in fondo da interazioni complesse di più piani percettivi, sensoriali e spirituali, che si mettono in gioco quando un corpo entra nello spazio vitale di un altro, e di come, nel rimando dall’immagine alla descrizione e dalla descrizione all’immagine, tutti possano accedere in qualche modo, ipovedenti, vedenti e non, alla visione delle cose e del mondo.